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Manuale d’uso

Buongiorno Chiara (Chiara Tavella) e buongiorno a tutti i colleghi e gli altri componenti del gruppo.
Come da accordi e come da richiesta di Manuela (Manuela Toselli), in queste poche righe cercherò di meglio riassumere e approfondire il mio intervento nella precedente ed ultima riunione a distanza. Il tema ruota tutto intorno alla definizione e agli intenti del progetto L’ORA DI MOSCA, siano questi di carattere pratico e concreto così come di carattere puramente teorico.
Prima di elencare per punti gli aspetti ed il profilo del progetto mi preme rivolgervi una precisazione e porvi una premessa. Ciò che ho espresso durante la scorsa riunione è da considerarsi, com’è ovvio, frutto di una visione del tutto personale. Non è mia intenzione esprimere un concetto monolitico in merito al tema che tutti noi stiamo andando ad affrontare. Anzi, la mia visione complessiva è, invece, che il progetto stesso sia la realizzazione di più sguardi, o di più prospettive, nati sullo spunto e dall’invito di Manuela. Vorrei, quindi, che questo mio contributo fosse preso per quello che è: una delle immaginazioni possibili sulle potenzialità della sfida comune, tra le tante che possono essere espresse dagli altri membri. In fondo la radice del progetto è affidata al concetto di “pluralità”. L’ORA DI MOSCA dovrebbe risultare, credo, da una sintesi di queste pluralità. Se qualcuno, oltre me, volesse aggiungere i propri contributi per costruire insieme uno scambio e un dibattito sulla natura di questa esperienza, io credo dovrebbe essere il benvenuto. Il materiale magmatico che ne potrebbe scaturire, allora e in definitiva, dovrebbe essere riassunto, sintetizzato e interpretato da un “terminale”, una figura altra rispetto agli artisti coinvolti: un/una teorico/a o un/una critico/a, un letterato o un filosofo, qualcuno che, indipendentemente dalle sue peculiarità di vocazione, abbia il coraggio di assumersi l’onere della “distillazione”. Una figura che riesca ad estrarre l’essenza del dibattito per tradurlo in “disciplina” e in un ritratto definitivo del progetto. Ovviamente, ed in questo caso, quel terminale, in questi primi, incerti passi del gruppo, potresti essere tu Chiara. Per andare sul concreto, credo che la soluzione migliore per descrivere i nuclei del mio pensiero sia proprio quella di tradurli per punti, come già annunciato in apertura di questa lettera.
Il primo punto riguarda l’idea della creazione di un “Manifesto”. Per completezza e chiarezza è importante sottolineare che l’intera riflessione qui esposta nasce, sostanzialmente, da questa prima questione: dalla mia perplessità sulla necessità e l’efficacia di costruire un “Manifesto” al fine di imbrigliare ed ordinare le potenzialità fluttuanti de L’ORA DI MOSCA. Come nella creazione di un fiume, quello che era un rivolo di domande e perplessità è diventato prima un torrente e poi il serpente di un alveo di pensieri più complesso. Spero, nella narrazione di questo mio fiume, di risultare sufficientemente chiaro.

1. UN MANIFESTO

La mia perplessità di fronte alla necessità della costruzione di un “manifesto” è nata da subito. Dal momento in cui Manuela Toselli mi ha comunicato l’intenzione di portare avanti l’elaborazione del “nostro” MANIFESTO la mia attenzione si è rivolta a quanto apparisse in antitesi la natura profonda che stavo intuendo nell’ORA DI MOSCA rispetto alla perentorietà insita in un manifesto dichiarativo. Ciò che è riportato in un documento di quel tipo, in genere, si pone come rivoluzionario, eversivo in senso estetico e culturale. Nel manifesto, inteso storicamente, si pongono le basi per una “nuova fede” in una nuova estetica; in esso si stilano i dogmi e “la regola” per una pratica quasi monastica. Il fine è la costruzione di un nuovo archetipo culturale ed estetico; si professa la divinità di un nuovo linguaggio, e le individualità che compongono il gruppo di “adepti” non sono più tali (ovvero: individualità) ma strumenti per l’edificazione di questo credo. I firmatari di un manifesto sono membri attivi nella costruzione di uno stile, Ognuno di loro rappresenta uno strumento per l’affermazione di una rivoluzione di pratiche ed insieme di una nuova filosofia della rappresentazione. Noi non siamo questo, mi sembra. Un atteggiamento di questo tipo, una declamazione da Manifesto, a mio avviso, non appartengono più alla nostra epoca. Il nostro momento storico non è rivoluzionario, non è collettivistico ma, anzi, individualistico. Il nuovo millennio ha radicalizzato l’atomizzazione degli individui, ha frammentato ancora di più l’agire sociale rendendo vane le formazioni unitarie. Inoltre, i nostri anni sono dominati da una fragilità di pensiero, da una mancanza di continuità e di perpetuazione dei progetti su larga scala. Se il nostro progetto è figlio della nostra realtà, allora è necessario raccontarlo con le giuste parole, interpretando la fragilità da cui proviene. Noi siamo l’espressione di questa parcellizzazione. Noi siamo atomi non assimilabili che cercano traiettorie tra loro armoniche. La nostra unione è liquida, come è liquido il mondo nel quale siamo immersi. La nostra non è una rivoluzione ma un tentativo di sopravvivenza ad una delle crisi culturali più importanti degli ultimi decenni.
Ogni proposta, ogni “evento”, ogni progetto che si appresta a essere messo al mondo ha di certo bisogno di una sua narrazione. La Narrazione aiuta l’oggetto ad esistere prima ancora della sua effettiva nascita; aiuta il pubblico a maturare una aspettativa nei confronti di quello che accadrà, infine, aiuta i fautori del progetto stesso ad “ispirarsi”. La narrazione è quindi un bene, ma è necessario individuare con precisione il perimetro e i profili di questo racconto, anche per non dare un’idea distorta di quello che si andrà a costruire. Ripensando a quello che Manuela mi aveva “narrato” della sua idea, vedo il “manifesto” ancora meno indicato per raccogliere le premesse de L’ORA DI MOSCA. Non so come altro si potrebbe definire un documento che possa contenere la sua natura: forse “Prospettiva d’Intenti”, forse “Manuale d’Uso” o forse, semplicemente, “Ritratto di un’Idea”. Ripeto, non so come possa essere chiamata la risultante di questo nostro agire, però so che è importante costruire il profilo del luogo in cui ci troviamo e le strade che potremo percorrere in futuro.

2. MANUALE D’USO

Ma se non siamo materiale da Manifesto allora… cos’altro siamo?
Per tentare di dare una definizione, o un elenco di risposte, alla domanda, partirò da un frammento di quanto riportato nel paragrafo precedente:

Il nostro momento storico non è rivoluzionario, non è collettivistico ma, anzi, individualistico. Il nuovo millennio ha radicalizzato l’atomizzazione degli individui, ha frammentato ancora di più l’agire sociale rendendo vane le formazioni unitarie. Inoltre, i nostri anni sono dominati da una fragilità di pensiero, da una mancanza di continuità e di perpetuazione dei progetti su larga scala. Se il nostro progetto è figlio della nostra realtà, allora è necessario raccontarlo con le giuste parole, interpretando la fragilità da cui proviene. Noi siamo l’espressione di questa parcellizzazione. Noi siamo atomi non assimilabili che cercano traiettorie tra loro armoniche. La nostra unione è liquida, come è liquido il mondo nel quale siamo immersi. La nostra non è una rivoluzione ma un tentativo di sopravvivenza ad una delle crisi culturali più importanti degli ultimi decenni.

In questo passaggio ci sono già molte delle risposte al quesito. In esso sono evocati, per altro, quasi tutti i temi e le problematiche nei quali si muove L’ORA DI MOSCA. Proverò di seguito a dare un ordine alle cose.

  • Innanzi tutto il nostro progetto, contrariamente a ciò che viene espresso da un manifesto, non tende ad un’unitarietà né alla condivisione di uno stile. Invece è una somma di individualità ben delineate. Potremmo riassumere che si tratta di pluralità in cerca di un equilibrio.
  • In seconda battuta, il progetto, a mio avviso, si presenta come un organismo con una morfologia mutante, non stabilita in forma definitiva. L’esperimento che andremo ad affrontare potrà essere sottoposto a mutazioni frequenti a seconda del momento e delle contingenze che si presenteranno.
  • –  Se dovessi cercare una formulazione unitaria ai fini del progetto medesimo, l’unica che riuscirei a scorgere, nel paesaggio delle tante diversità, potrebbe trovarsi nell’occasione di sperimentare una nuova forma di “Umanesimo” (leggi: Post-Utopistico). Argomento che sarà bene formulare più ampiamente in un paragrafo dedicato.
  • Uno dei tentativi che si pone il progetto, senza esplicitarlo chiaramente, è quello di dare una risposta al momento di aridità e di decremento delle occasioni offerte dal sistema Arte. Il Covid sta ponendo limitazioni ad ogni attività umana. Allo stesso modo la pandemia sta rendendo manifesta la fragilità del sistema dell’arte nel nostro paese. Il nostro tentativo è quindi rivolto ad una pratica della sopravvivenza all’interno di questo panorama. In un certo senso il nostro tentativo è, appunto, non- utopico. Ci impossessiamo ed interpretiamo tutti i ruoli della catena produttiva dell’arte ma senza ragioni idealistiche; bensì per produrre autonomamente nuove occasioni di resilienza.
  • Componente fondamentale di questo nostro progetto, come un personaggio costantemente fuori campo, eppure di importanza basilare, è il Tempo. Nel tempo è immerso lo sviluppo dell’ORA DI MOSCA, nella sua continuità, o nella sua frammentazione, i temi che sono stati alla base si potranno modificare, nuove istanze potranno emergere, la forma stessa del progetto potrebbe cambiare. Nel tempo e nella sua durata il progetto potrebbe dare nuovi frutti inaspettati così come, altrettanto inaspettatamente, produrre comunanze stilistiche o una condivisione di ricerca, totale o parziale, tra alcuni membri del gruppo.
  • Per finire, credo possa essere interessante dare uno sguardo a ciò che il progetto ancora “non è”, alle potenzialità che ancora non scorgiamo ma che almeno possiamo immaginare… anche solo come esercizio di fantasia. Potremmo costruire scenari e fare considerazioni che non si muovono più su un piano “narrativo” ma, questa volta, immaginifico.

2a. MANUALE D’USO: Pluralità vs Unitarietà

Il nostro “essere” nel progetto è PLURALE. Che cosa significa?
Di fatto, che non stiamo costruendo una rivoluzione stilistica, linguistica o di contenuti. Noi stiamo insieme perché diversi, multilinguistici, frammentati. Siamo forze centrifughe dove solo il nucleo di attrazione del progetto non permette che i nostri singoli vettori possano disperdersi in tutte le direzioni. Siamo, in qualche modo, rappresentanti di un equilibrio instabile. In questo senso il progetto è una creazione “contemporanea”. Negli ultimi giorni mi è capitato di pensare con sorpresa che il progetto L’ORA DI MOSCA, per come è stato pensato, replica in piccole dimensioni quello che è il GRANDE TEMA del nostro tempo, ovvero: la convivenza nella diversità…
E’ questa grave sfida sociale – dell’essere profondamente diversi all’interno della comunità più ampia – il tema dell’oggi. Essere insieme benché diversi. Ecco, questo è l’elemento più interessante de L’ORA DI MOSCA. In questo vi è, forse, l’unico risvolto utopistico che riesco a scorgere nell’idea di Manuela. Essere parte di un progetto più grande non smettendo di essere quello che si era prima, continuando nella ricerca che la nostra esperienza e la nostra storia, tanto professionale quanto personale, hanno costruito. Essere uniti pur continuando le nostre carriere anche in uno spazio separato dal gruppo. Anzi, la forza dell’esperimento è questa ricerca continua di dialogo tra queste diversità. Potrei dire che la ricerca, in quest’esperienza, sta tutta nell’individuazione di quel limite sottile di relazione tra differenze esplicite. Ogni mostra che andremo a creare sarà l’occasione di ricercare e rendere manifesta questa rete di analogie, di differenze, di relazioni e interferenze ma anche di congruenze. Se saremo in grado di trovare questi spazi di relazione allora saremo stati in grado di raccontare e rappresentare il nostro tempo.

2b. MANUALE D’USO: L’Organismo Mutante

Le caratteristiche potenziali dell’ORA DI MOSCA mi portano a pensare che il progetto possa essere rappresentato da un organismo mutante. Ovvero, nascendo puramente dall’incontro di tante diversità e soggiacendo, di conseguenza, alla labilità e fragilità che contraddistingue ogni relazione, il progetto stesso porta in sé la morfologia mutante di ogni storia che cerca di adattarsi alle situazioni sempre diverse. Per fare degli esempi concreti: il gruppo che compone il nucleo de L’ORA DI MOSCA si costituisce di artisti e, attualmente, di un critico e teorico. Si compone inoltre di alleanze, nelle figure dell’Associazione LiberaMente. In futuro il gruppo originario potrebbe cambiare la propria forma, perdendo componenti ed accettandone altri, con nuove e diverse poetiche. Potrebbe stringere alleanze in altri campi o settori, così come potrebbe interagire con altre forme della creatività: dalla poesia contemporanea al cinema, o altri ancora, a seconda delle possibilità offerte dal percorso. Prossime mostre, o eventi futuri, potrebbero inoltre incontrare l’interesse di nuovi curatori o critici. Se partiamo dal presupposto che il gruppo è un contenitore vuoto che si riempie solo della disponibilità dei membri a farne parte, si otterrà che la rete di relazioni del singolo può diventare parte della rete della comunità e viceversa. In una innumerevole serie di rimandi e coinvolgimenti si potrebbero costruire alleanze con finanziatori o sostenitori dell’idea che agiscano con modalità diverse rispetto alla partecipazione puramente economica. Sotto questo aspetto la relazione del gruppo funzionerebbe come moltiplicatore di possibilità. Il nostro è un organismo mutante non solo nel suo funzionamento ma anche nei modi e nelle forme attraverso i quali si può esprimere. Le mostre saranno la modalità principale attraverso cui il lavoro dei singoli e le riflessioni del gruppo potranno manifestarsi. Ogni singola mostra, però, si costruirà in forme sempre diverse? Immaginiamo due differenti mostre del gruppo; entrambe potranno rappresentare le opere dei medesimi artisti ma, pur sulle stesse premesse, le due mostre potrebbero apparire eventi completamente diversi tra loro. Le caratteristiche degli spazi ospitanti influiranno certamente, ogni volta, sulle scelte stilistiche o di allestimento. La collaborazione con un curatore piuttosto che con un altro influirà sulle scelte di singole opere come sui tagli di lettura che si andranno a costruire. Diversamente occorrerà decidere se la creazione di ogni evento possa essere gestita direttamente dagli artisti, senza ulteriori mediatori. In questo caso, occorrerà scegliere il percorso da intraprendere. Dovremmo porci continuamente di fronte a delle domande. Quella mostra dovrà essere un corpo corale di voci armoniche? Oppure si configurerà come la mera esaltazione del lavoro dei singoli costruendo piccole “personali”?… Oppure ancora: dividere spazi e narrazioni a due a due tra gli artisti, a seconda delle loro affinità, in modo da costruire un dialogo più intimo tra gli artefici?
Le scelte possono essere tante e mutevoli. In questa prospettiva L’ORA DI MOSCA può, sulla carta, cambiare continuamente. Anche laddove rappresentata dalle stesse figure, ogni singolo progetto de L’ORA DI MOSCA potrebbe trovarsi a raccontare storie differenti. Portando all’estremo questo pensiero, se lo si volesse, L’ORA DI MOSCA, per una volta, potrebbe non essere rappresentata da una mostra ma, in alternativa, da un libro o, perché no, da un film. A seconda che il percorso presenti un’occasione piuttosto che un’altra. A seconda che gli incontri o le sinergie lo rendano possibile.

2c. MANUALE D’USO: Un Nuovo Umanesimo

‘Se dovessi cercare una formulazione unitaria ai fini del progetto medesimo, l’unica che riuscirei a scorgere, nel paesaggio delle tante diversità, potrebbe trovarsi nell’occasione di sperimentare una nuova forma di “Umanesimo”.’

Qui sopra e nel Paragrafo 2 ho usato il termine Umanesimo come espressione di qualità e punto d’incontro della ricerca del gruppo. Certo, dare una definizione chiara del termine “Nuovo Umanesimo” non risulta cosa facile. Io posso tentare di proporre una serie di chiarimenti a quello che intendo, strettamente nell’ambito del nostro progetto. Tanto per cominciare stiamo lavorando ad un contenitore “aperto” che non esclude possibilità; è collettivo ma contemporaneamente cerca di dare risalto alle individualità dei singoli artisti. L’idea comunitaria è costituita da “persone” nella loro interezza e da artisti con la loro peculiare ricerca e la loro forma di espressione. Il tema ricorrente del progetto sarà la Differenza nell’unità di intenti. Inoltre, il nostro progetto è, o dovrebbe essere, non discriminante. Ogni linguaggio è contemplato in quanto specifica espressione dell’artista che lo sta sviluppando. Ogni componente è portatore di una “filosofia”, ogni filosofia è uno specchio o una traduzione della fenomenologia dell’umano. Si potrebbe quasi affermare che, in questa ricerca di un dialogo tra differenze, il progetto stesso stia cercando l’essenza della “creazione”, insita nel pensiero d’impronta umana. Questo umanesimo che vedo affiorare sullo sfondo, mi sembra elaborato su un sincretismo di stili, una traduzione ecumenica delle varie modalità in cui si è artisti e creatori. So, anche se nessuno ha citato l’argomento fino ad ora, che Manuela ha invitato gli artisti, e non artisti, a fare parte del gruppo sulla base di una stima nelle loro particolarità umane e sulla base della qualità del lavoro di ognuno. La scelta di Manuela è di fondo una scelta “Umanistica”. Fa parte, cioè, di quei tentativi di opporsi all’espressione artistica come “vuoto”: idea che domina una certa parte degli addetti ai lavori. Credo che la sua intenzione sia stata quella di darsi interamente all’ambizione di affermare che l’opera riempia un vuoto, non tanto spaziale – come un vuoto su una parete tra il divano e l’armadio – quanto, invece, uno spirituale. Opera come Densità invece che come Assenza. Questa idea mi piace ed è questa impressione di fondo che mi ha mosso ad aderire al gruppo. In questa breve elencazione ho buttato giù le mie impressioni per dare senso all’idea di Umanesimo. La cosa più interessante di questo concetto, però, è che si pone come un’espressione in divenire. Credo che sia nostro compito costruire una pienezza a questo termine. Ognuno può proporre, in relazione con le idee degli altri, il proprio significato di umanesimo. Le mostre saranno un modo per verificare questa impalcatura filosofica sul terreno concreto degli eventi. Il confronto tra noi, invece, ci potrà fornire il materiale per capire il senso di questa parola e per farla emergere dalla nebbia.

2d. MANUALE D’USO: Autogestione Sistemica

Quello che andremo a sperimentare con L’ORA DI MOSCA sarà una sorta di presa di possesso delle procedure di sviluppo della “filiera” di produzione dell’Arte. Con un salto carpiato eviteremo una serie di “filtri” che normalmente sperimentiamo nel nostro lavoro. Saremo noi ad incarnare la figura del “creatore” ma anche di tutti i filtri tra noi e l’evento espositivo. Nell’elaborazione del progetto ci verrà chiesto di interpretare alcuni dei ruoli che riempiono il sistema dell’arte. Dovremo essere, oltre che artisti, organizzatori, a volte procacciatori d’affari, altre volte ancora dei teorici. La sopravvivenza del progetto stesso è affidata alla possibilità di sostituire quelle figure. Alcuni di noi, come il sottoscritto, hanno avuto già l’occasione di trasformarsi nelle molte figure del “sistema”. Spesso il sistema del mercato o delle gallerie ti lascia sguarnito di fronte alle attività basilari di promozione e di sostegno del lavoro. In certi casi ci si ritrova a dover gestire le situazioni in emergenza o a dover cercare soluzioni migliori di quelle che ti propone il gallerista. In questo caso la situazione è diversa. Questa, almeno così mi sembra, può essere definita una classica azione di Resilienza.
Il Covid ha contribuito ad assottigliare ulteriormente le fragili opportunità del Sistema Arte nel nostro paese. A livello personale ha reso più difficili gli spostamenti, gli scambi, le opportunità espositive. Le occasioni di incontro e di lavoro offerte dalle gallerie di riferimento (almeno per coloro che possono godere di questo supporto) si fanno sempre più esigue. L’estinzione (o la sospensione) delle fiere ha ridotto drasticamente le possibilità d’azione di alcune gallerie e la visibilità di molti artisti. Nel corso dei mesi ci si è avvicinati sempre di più alla condizione del silenzio. Molti si sono abituati ad un lavoro in solitaria in studio, altri (come me) si sono completamente bloccati. Ecco che un progetto di gruppo ci permette di relazionarci e di compiere quell’unico atto di respirazione basilare per un artista: incontrare il pubblico. L’opera nasce sempre due volte – la prima nello studio del suo creatore, la seconda volta quando vien lasciata sola di fronte al pubblico. In questa autogestione dell’intero ciclo del lavoro, però, è presente una grande libertà espressiva. Senza più il filtro del mercato o le preferenze del gallerista, la creazione di una mostra, la scelta di un lavoro piuttosto che di una sua alternativa, possono godere di una totale aderenza ai puri criteri della ricerca estetica e della pienezza del lavoro. Inoltre, l’autodeterminazione delle scelte ci avvicina ad esperienze del passato. Mi vengono in mente le esperienze di autogestione dei collettivi artistici degli anni 70, in Germania, in Olanda, ma anche nelle dittature portoghesi e nei circoli artistici dell’Unione Sovietica. Quasi sempre quelle esperienze portavano avanti istanze politiche; la loro matrice era per lo più ideologica. La nostra iniziativa non è ne politica né ideologica. Io credo che la nostra sia davvero una pura azione di Resilienza… o di “resistenza” alla deriva del silenzio.

2e. MANUALE D’USO: Il Tempo

Il tempo è la culla di questo progetto. Nel tempo, come già detto, sono raccolte tutte le possibilità e tutte le trasformazioni de L’ORA DI MOSCA. Manuela descrive la sua idea di progetto come l’opportunità di creare un Format che si possa ripetere nel tempo. Io credo che la ripetitività intrinseca ad un Format debba andare a braccetto con la possibilità di cambiamento e di una evoluzione della sua narrazione. In altre parole: oltre che a costruire occasioni espositive dobbiamo cercare occasioni di maturazione del nostro racconto. Per altro verso penso che il rapporto de L’ORA DI MOSCA sia ambivalente: è’ un’esperienza che potrebbe durare molto a lungo così come potrebbe spegnersi domani. Personalmente credo che lo scenario migliore (e quello più realistico) sarà quello di un’esperienza di condivisione e costruzione che ci accompagnerà in questa terra di nessuno dell’arco della pandemia; in ogni caso mi sembra un buon lasso di tempo per ottenere risvolti interessanti. La cosa curiosa è che, essendo un organismo mutante, le sembianze del progetto all’oggi potrebbero essere molto diverse tra mesi; dopo la prima mostra insieme, ad esempio. Ad ogni stagione il suo aspetto maturerà e cambierà nei nostri stessi occhi.
Il tempo che trascorre è indispensabile anche a creare delle condizioni di condivisione tra i componenti del gruppo. Il tempo aiuterà la reciproca conoscenza e contribuirà a creare assonanze di pensiero tra alcuni artefici e, non escludo che, con il passare dei giorni alcune delle esperienze e delle ricerche dei singoli potranno essere condivise da altri nel gruppo, fino quasi a sposare linee comuni di interesse e di espressione. Questo sarebbe davvero un risvolto interessante e pieno di sorprese.

2f. MANUALE D’USO: Esercizi di Fantasia

A chiusura di questo intervento ho lasciato il più labile ed insicuro degli impegni che ci verrà richiesto nel prossimo futuro. “Immaginare il futuro”, appunto, è uno dei compiti più gravosi nell’ambito delle attività di progetto. Immaginare, creare scenari, intuire potenzialità future, ricercare aree di possibilità inesplorate per dare maggiore energia al progetto e maggiori opportunità ai nostri lavori, sarà il compito senza orari che ci spetta, per contribuire in varia forma alla crescita del gruppo e alla forza dell’idea progettuale. A questo sforzo può contribuire ognuno di noi, d’ora in avanti, senza interruzioni. La cosa interessante è che con il crescere de L’ORA DI MOSCA, con il lento concretizzarsi degli eventi, potremmo scoprire prospettive via via più estese e portare alla luce le possibilità del futuro risulterà sempre più facile.
Per quanto mi riguarda ho disseminato questo testo di possibilità. Ho parlato di multiformità e apertura dell’idea generale e del gruppo. In quest’ottica ritengo plausibile che il gruppo stesso possa modificarsi nel tempo; che possa diminuire nel numero come aumentare. Personalmente ritengo che i componenti, una volta esaurita la motivazione, abbiano tutto il diritto di allontanarsi senza traumi o strascichi da parte di chi resta. Così come anche l’idea di integrare i ranghi con nuove persone, che possano portare nuove prospettive o una ricerca vivace e di qualità e con la quale confrontarsi, la reputo un toccasana per il proseguo del progetto. Le prospettive che posso immaginare stanno anche, come ho già detto, nell’esplorazione di nuove forme espressive. Se in qualche momento le attività del gruppo dovessero superare l’esperienza della “mostra collettiva” per arrivare a trasformarsi in una pubblicazione (catalogo o saggio o libro d’artista che sia), piuttosto che in un prodotto video e/o televisivo, questo, io credo, rappresenterà una rinnovata opportunità per tutti e per l’Idea stessa che è alla base di quest’esperienza. Questi sono solo i pochi, pochissimi spunti che sono venuti alla luce nel corso della stesura di questo testo. Altri ancora ne possono venire. Oltre l’ultima riga di questo paragrafo, infatti, rimane tutto lo spazio bianco da riempire con il contributo di tutti. Avanti allora con l’immaginazione! Di pagine da riempire ce ne sono ancora molte.

Aqua Aura

Milano, 27 Settembre 2020